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Nel 2020 uccisi 50 giornalisti, 387 quelli arrestati

Aumentano nel mondo le aggressioni contro i giornalisti, sempre più anche in zone di pace, minacciando la libertà d’informazione

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Quanto può essere pericoloso esercitare la professione di giornalista? Anche se nell’immaginario comune questo mestiere potrebbe sembrare privo di rischi, il bilancio 2020 stilato da “Reporters Sans Frontières” dipinge una situazione globale tutt’altro che rassicurante. L’Ong con base a Parigi ha pubblicato a dicembre scorso i risultati della ricerca condotta durante l’ultimo anno. Il Bilancio, annualmente pubblicato dal 1995, ha l’obiettivo di registrare gli abusi perpetrati nei confronti di giornalisti professionisti, non professionisti e collaboratori mediatici. I casi raccolti da Rsf si fondano su dimostrazioni empiriche della morte dei giornalisti come conseguenza diretta dell’esercizio della loro professione, escludendo invece i casi con prove insufficienti.

La prima parte del Bilancio 2020 riguarda il numero di giornalisti arrestati mentre esercitavano il loro diritto di informare: 387 sono stati fermati e/o detenuti durante l’ultimo anno (nel 2019 la cifra era praticamente identica, con 389 giornalisti arrestati). Nel documento viene evidenziato come il numero di giornalisti privati della libertà nel mondo continui a raggiungere livelli storicamente alti, mentre il numero di giornaliste imprigionate è aumentato del 35% (da 31 nel 2019 a 42 nel 2020). È interessante notare che il 61% del totale dei giornalisti privati della libertà è incarcerato in uno dei seguenti cinque Paesi: Siria (27), Vietnam (28), Egitto (30), Arabia Saudita (34) e Cina (117).

Attraverso uno studio condotto da una équipe interna nominata Osservatorio 19, Rsf ha provato a valutare le conseguenze della crisi pandemica sulle persone che hanno svolto una attività d’informazione nello scorso anno. Dai risultati della ricerca emerge un aumento delle violazioni della libertà di stampa durante la primavera 2020, cioè nel primo periodo di diffusione del virus nel mondo. Il numero di giornalisti arrestati si è quadruplicato tra marzo e maggio 2020. Questo incremento è dovuto alla proliferazione legislativa e alle misure eccezionali prese per far fronte all’epidemia, che hanno però contribuito a isolare l’informazione e quelli che la producono arrestandoli e, nei casi peggiori, rinchiudendoli in prigione.

La seconda parte del Bilancio si concentra sui dati che riportano il numero di giornalisti uccisi: durante il 2020 sono 50 le persone uccise, di cui 45 professionisti, quattro collaboratori mediatici e un giornalista non professionista. Il dato rivela l’arresto della crescita del numero di giornalisti uccisi rispetto all’anno precedente (nel 2019 furono 53), ma attesta a 937 il totale dei reporter deceduti negli ultimi dieci anni

Uno dei dati più rilevanti riguarda il contesto nel quale sono stati uccisi i 50 del 2020: una grande maggioranza di loro, 42 persone (84% del totale), sono stati assassinati, cioè uccisi per il fatto di esercitare la loro professione. Il restante 16% (otto persone) è deceduto durante l’esercizio delle proprie funzioni, cioè senza essere preso di mira per il fatto stesso di essere giornalista. Questo dato accompagna il fatto che i giornalisti che vengono uccisi in zone di pace sono sempre di più rispetto a quelli che muoiono in zone di guerra: nel 2020 il 68% ha trovato la morte in Paesi formalmente in pace.

In conclusione, il Bilancio disegna un contesto marcato da una profonda violenza, segnalata soprattutto dall’aumento degli attacchi mirati ai giornalisti: l’insicurezza che colpisce questa categoria pregiudica la diffusione e l’accesso a una informazione di qualità, essenziale per raggiungere gli Obiettivi dell’Agenda 2030.

Scarica il Bilancio (Parte 1 – Parte 2)

 

di Milos Skakal

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