Società & Diritti

Femminicidi, sos matrimonialisti: "Codice Rosso non basta, servono fondi"

Gassani:"La legge è un segnale culturale ma, senza investimenti, non risolve"

Un uomo minaccia una donna foto iStock. © Ansa
  • di Paola Lo Mele
  • ROMA
  • 13 ottobre 2019
  • 12:00

Sonia, uccisa dal compagno della figlia. Mihaela, accoltellata dal fidanzato perché voleva lasciarlo. Zinaida ammazzata dal marito per gelosia. Sono i nomi di alcune delle vittime di femminicidio, morte dal primo ottobre in poi. Nonostante gli sforzi del legislatore, non si ferma la scia di sangue che la violenza di genere lascia dietro di sé in ogni parte d'Italia. E gli avvocati matrimonialisti lanciano l'allarme: "Da quando è stato varato il Codice Rosso, le donne che continuano ad essere uccise sono tantissime: una media di una ogni due giorni. La legge è un segnale culturale ma, senza investimenti, non risolve i problemi".

A parlare è il presidente dei matrimonialisti (Ami) Gian Ettore Gassani in occasione del convegno organizzato a Roma "Se fa male non chiamarlo amore, luci ed ombre del codice rosso e della rete". E' lui ad aprire l'incontro tematico, partecipato da molte donne: "Finalmente c'è una legge e una presa di coscienza culturale, ma non si riesce a capire che le leggi devono essere accompagnate da grandi investimenti economici. Il Codice Rosso non potrà mai portare davvero risultati se i centri antiviolenza chiudono e se la pianta organica dei magistrati vede una carenza di almeno 2 mila unità". Sotto i riflettori finiscono soprattutto le carenze di giudici. "Le procure - dice Gassani - sono senza magistrati.
    Quindi, quando si dice che dopo la denuncia, il magistrato deve sentire la donna offesa entro 3 giorni, è praticamente impossibile, perché in molte procure i magistrati si devono occupare anche di reati di mafia... e diventa complicato". Tra i tanti ad intervenire al convegno anche il giudice penale del tribunale di Tribunale di Roma Valerio De Gioia che da un lato plaude al Codice Rosso ("E' fondamentale perché dà un segnale importante alle vittime dei reati di genere che devono sapere che le istituzioni sono dalla loro parte"), dall'altro avanza qualche suggerimento. "Solo dal confronto tra avvocati e magistrati si possono trarre delle linee che potranno guidare il legislatore - sostiene De Gioia -. Io, per esperienza, suggerisco un intervento che, nei casi estremi e con le dovute garanzie all'indagato e all'imputato, consenta di agevolare il giudice nell'acquisizione delle dichiarazioni rese in precedenza, ampliando la portata applicativa di una disposizione che già esiste. Questo consentirebbe di evitare alla persona offesa di diventare vittima anche del giudice dinnanzi al quale dovrà ripeter fatti traumatici. Sempre a condizione che ci siano gli estremi di violenza e minaccia che si è portata avanti nel corso del tempo".