Coronavirus, la voce degli esperti sull'epidemia in Italia

Che cosa abbiamo imparato giorno per giorno

Redazione ANSA

 La quarantena è una misura necessaria
 Il focolaio del nuovo coronavirus in Italia "non meraviglia" e indica come la quarantena sia una misura "assolutamente necessaria" per controllare la diffusione del virus. Lo ha detto all'ANSA l'immunologo Antonio Lanzavecchia, direttore dell'Istituto di Ricerca in Biomedicina (Irb) di Bellinzona. "Poiche' abbiamo visto come una singola persona possa portare un focolaio d'infezione, misure come la quarantena sono assolutamente necessarie". Questo, secondo l'esperto, puo' accadere perche' "la contagiosita' di un virus e' variabile" e "dal punto di vista biologico non si e' infettivi soltanto quando si hanno i sintomi". Bisogna inoltre considerare che la capacita' di diffusione di un virus e' tipica anche di chi e' convalescente, come accade per l'influenza e per altre malattie virali.

I casi rilevati in Italia presenti da giorni
L'aumento progressivo dei casi del nuovo coronavirus rilevati in Italia non indica che l'epidemia si sta espandendo, ma che casi gia' presenti da almeno una decina di giorni ora vengono scoperti: lo ha detto all'ANSA il fisico esperto di sistemi complessi Alessandro Vespignani, direttore del Network Science Institute della Northeastern University di Boston. "I casi adesso vengono scoperti, ma erano gia' quasi tutti li'" e "i numeri - ha aggiunto - saliranno ancora per un po', ma l'epidemia non si sta espandendo".

"I test che vengono fatti in questi giorni in Italia permettono di tracciare i contatti", ha proseguito Vespignani, e "non si puo' escludere che forse ci siano altri casi in incubazione, in quanto molte persone sono rimaste asintomatiche". E' anche possibile, ha aggiunto, che "quello che sta accadendo adesso in Italia possa accadere in futuro in altri Paesi.
Quello che viene fatto in questi giorni in Italia "e' un lavoro capillare di intercettazione": adesso "bisognera' capire realmente quante generazioni di casi ci sono, ossia va calcolato il tempo che trascorre da una generazione all'altra delle infezioni". L'approccio aggressivo con il quale l'Italia sta affrontando l'epidemia lascia inoltre immaginare, ha aggiunto, che "i casi possano raggiungere un plateau per poi cominciare a scendere".
Di certo, ha sottolineato, "la cosa peggiore al momento potrebbe essere l'apertura di nuovi focolai: e' un'eventualita' che non si puo' escludere. Se questo dovesse accadere - ha concluso - senza dubbio la situazione diventerebbe piu' problematica".

Il paziente zero introvabile, per colpa dei 'casi invisibili'
Potrebbe essere uni dei tanti casi 'invisibili' l'introvabile paziente zero che avrebbe dato inizio in Italia all'epidemia da coronavirus arsCoV2. E' proprio nel fenomeno dei casi di portatori del virus impossibili da riconoscere il perche' sia praticamente impossibile rintracciare

il caso che ha innescato il focolaio di Codogno, cosi' come non e' noto il legame tra i casi del Veneto e quelli della Lombardia.
Se le persone portatrici del virus stanno bene "non si riesce a identificare i casi", ha rilevato Vespignani. "Se in Italia non si riesce a trovare il paziente zero e' perche' questi potrebbe essere asintomatico, magari incontrato in un aeroporto o in una stazione", ha osservato.
"Quello che l'Italia sta mettendo in campo - ha concluso - e' uno sforzo aggressivo per soffocare il focolaio".

Nuovi criteri di notifica, cambia lo scenario dell'epidemia
Cambia lo scenario dell'epidemia da coronavirus SarsCoV2 in Italia: la decisione di notificare soltanto i casi più gravi permetterà di concentrare l'attenzione su chi ha più bisogno di cure, ma inevitabilmente si perderà qualcosa in termini di cifre reali. Cambia anche l'informazione, in quanto si è deciso di dare notizia solo dei casi gravi della Covid-19, la malattie causata dal nuovo coronavirus. Prosegue intanto la caccia all'inafferrabile paziente zero che avrebbe innescato la catena dei casi italiani e che sancirebbe l'esistenza di un unico focolaio in Italia.
Avere fatto tanti tamponi in meno di una settimana significa "avere fatto una foto epidemiologica dell'Italia che ha permesso di capire che il tasso di incidenza dell'infezione è del 4,8%", ha rilevato il virologo Francesco Broccolo, dell'Università Bicocca di Milano. "Questo - ha aggiunto - ci permette di stabilire un valore soglia che in futuro potrà essere un parametro di riferimento".
Dopo questa prima fase si è deciso di stringere il cerchio e di fare il test solo a chi ha sintomi o è stato a contatto con una persona, o ancora proviene da zone in cui c'è l'infezione. "Il vantaggio è di tipo pragmatico, in quanto si evita di affollare strutture di pronto soccorso e ospedali", ha spiegato l'esperto.

E' dello stesso avviso Vespignani: con i nuovi criteri di notifica "il numero di casi che abbiamo visto crescere in questi giorni diventerà più piccolo perché non si individua più chi ha il virus ma non mostra sintomi e ci si concentra su chi può avere bisogno di cure mediche e che va tenuto sotto controllo, anche per non ingolfare i laboratori di analisi". Bisognerà comunque fare i conti con il fatto che "si perde qualcosa sull'entità dell'epidemia".

Nel frattempo si cerca di capire se in Italia esistono uno o più focolai dell'epidemia. La differenza è sostanziale perché, ha rilevato Vespignani, "la presenza di più focolai indica che l'epidemia è partita in posti diversi ed è quindi più difficile da controllare e isolare". Per questo si sta cercando di individuare il legame tra i casi in Lombardia e quelli in Veneto: significherebbe avere un unico focolaio.
Prosegue anche la ricerca del paziente zero: secondo Broccolo "potrebbero esserci stati più pazienti zero e ognuno potrebbe aver fatto partire una catena di contagio che sembra si stia fermando. Per questo potrebbe non essere utile investire energie nella caccia al paziente zero". Molto probabilmente, ha aggiunto, "erano persone con il virus da almeno due settimane prima del caso lodigiano e potrebbero essere già guariti". Guardando al futuro, un elemento positivo è che "come altri coronavirus, anche il sarsCoV2 sembra mutare meno rispetto a quello dell'influenza e l'infezione non dura a lungo: questo ci fa sperare che non persisterà a lungo".

Pronto in Italia il progetto di un vaccino
Un progetto italiano per un vaccino contro il coronavirus Sars-Cov2 è quasi pronto per iniziare l'iter della sperimentazione prima negli animali e poi nell'uomo, ma i tempi rischiano di essere lunghi a causa della burocrazia. Lo ha detto all'ANSA Luigi Aurisicchio, amministratore delegato dell'azienda di biotecnologie Takis e coordinatore del consorzio Europeo EUImmunCoV.
"Abbiamo realizzato il progetto molecolare del vaccino e saremmo pronti a testarlo negli animali per metà marzo, ma la normativa italiana sulla sperimentazione animale è più restrittiva rispetto a quella di altri Paesi europei", ha rilevato Aurisicchio. Se la procedura partisse in tempi rapidi "sarebbe possibile avere i primi risultati sugli animali dopo circa un mese, dopodiché in collaborazione con l'Istituto Spallanzani potremmo passare ai test cellulari per verificare se il vaccino è in grado di neutralizzare il coronavirus".
Il timore è che i tempi possano allungarsi a causa dell'interpretazione restrittiva del regolamento europeo in materia di sperimentazione animale, ha detto ancora Aurisicchio. "Negli Stati Uniti - ha rilevato - sono stati abbreviati tutti i processi regolatori, tanto che l'azienda Moderna ha recentemente annunciato la sperimentazione del suo vaccino anti-coronavirus nell'uomo già in aprile".
A livello europeo, ha aggiunto, "l'Agenzia europea del farmaco (Ema) ha istituito un canale preferenziale per chi sta sviluppando vaccini contro il coronavirus, ma comunque demanda le decisioni sulle autorizzazioni a condurre studi clinici alle agenzie regolatorie dei singoli Paesi".
Un'altra grande differenza fra Europa e Stati Uniti è nei finanziamenti: "gli Usa hanno stanziato 2,5 miliardi di dollari per l'emergenza, un miliardo dei quali per vaccini e terapeutici; in Europa lo stanziamento finora è di soli 10 milioni".
Per quanto riguarda le strutture, il ministero per lo Sviluppo Economico ha dato il via libera al co-finanziamento di un laboratorio GMP (Good Manufacturing Practices) per la produzione di questa tipologia di vaccini innovativi, "ma da mesi siamo in attesa del decreto per poter cominciare i lavori necessari".

Isolato il ceppo italiano del coronavirus SarsCoV2
I ricercatori dell'Ospedale Sacco di Milano hanno isolato il ceppo italiano del coronavirus. Lo ha annunciato l'infettivologo Massimo Galli, dell'Università di Milano e primario dell'ospedale Sacco. Il risultato è stato ottenuto grazie a un lavoro intenso condotto dal gruppo guidato dall'immunologa Claudia Balotta e del quale fanno parte le ricercatrici Alessia Loi, Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli, precarie, insieme al collega polacco Maciej Tarkowski e a Gianguglielmo Zehender.


Un ricercatore al lavoro nel laboratorio di Microbiologia clinica dell'ospedale Sacco di Milano


"Siamo riusciti a isolare virus autoctoni, molto simili tra loro, ma con le differenze legate allo sviluppo in ogni singolo paziente", ha detto Galli. Si tratta di una scoperta che consentirà ai ricercatori di "seguire le sequenze molecolari e tracciare ogni singolo virus per capire cos'è successo, come ha fatto a circolare e in quanto tempo". Il passo successivo sarà quello di studiare lo sviluppo di anticorpi e quindi di vaccini e di cure da parte dei laboratori farmaceutici.
E' un traguardo importante in quanto significa essere riusciti a estrarre il virus dal campione biologico dal quale è stato prelevato, dal muco o dal sangue per esempio: è il primo passo per poterlo moltiplicare e studiare nel dettaglio, a esempio per ottenere la sua sequenza genetica. A partire da questa possono essere riprodotti in laboratorio frammenti utili per preparare farmaci e vaccini.

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